Biblioteca Libertaria Armando Borghi

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Claudio Giusti, automobili e pena di morte

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Una delle migliori spiegazioni della non deterrenza della pena di morte mi fu data anni fa ad un seminario di Amnesty International. Mi venne fatto notare che la pena prevista per l'eccesso di velocità è la morte. Tutti noi abbiamo almeno un amico, un parente od un conoscente morto in un incidente stradale dovuto alla velocità troppo alta. Eppure la stragrande maggioranza degli automobilisti guida senza preoccuparsi troppo dei limiti e della prudenza, ritenendo che le possibilità di avere un incidente mortale sono piccolissime, oppure perché pensano che "a loro non succederà" perché sono troppo bravi o troppo fortunati. Ovvero: in certe occasioni il normale onesto cittadino applica gli stessi ragionamenti del criminale, non rispetta la legge e non ha paura delle possibili gravissime conseguenze perché esse sono molto rare e perché pensa che a lui non accadrà.

Tutto questo cambiò drasticamente quando l'allora Ministro Ferri impose il rispetto dei limiti di velocità attraverso uno strumento elettronico noto come autovelox (attrezzo diabolico che consente alla Polizia di infliggere multe salate agli automobilisti troppo veloci). All'improvviso gli italiani, minacciati da una sanzione piccola - in proporzione alla morte - ma certa, divennero rispettosissimi del Codice della strada. Questo momento di grazia durò poco, ma dimostrò oltre ogni dubbio che la gente ha più paura di una lieve sanzione certa (le poche migliaia di lire della multa) che di una sanzione gravissima ma improbabile (la morte in un incidente stradale causato dalla velocità eccessiva).